Solo 0,43€ a cps
 25,50

Fluicor K2 è un integratore alimentare a base di Riso Rosso Fementato, Vite rossa, Vitamina K2, Acido Folico, Vitamina D,  DHA e Vitamina B12 che risulta utile nei casi in cui è presente una sintomatologia cardiovascolare sostenuta, in particolare, da alterazioni metaboliche.

Per vitamina D si intende un gruppo di pro-ormoni liposolubili costituito da 5 diverse vitamine: vitamina D1, D2, D3, D4 e D5. Le due più importanti forme nelle quali la vitamina D si può trovare sono la vitamina D2 (ergocalciferolo) e la vitamina D3 (colecalciferolo), entrambe le forme dall’attività biologica molto simile. Il colecalciferolo (D3), derivante dal colesterolo, è sintetizzato negli organismi animali, mentre l’ergocalciferolo (D2) è di provenienza vegetale.

La fonte principale di vitamina D per l’organismo umano è l’esposizione alla radiazione solare. La vitamina D ottenuta dall’esposizione solare o attraverso la dieta è presente in una forma biologicamente non attiva e deve subire due reazioni di idrossilazione per essere trasformata nella forma biologicamente attiva, il calcitriolo.

Forme

Queste sono le forme principali che costituiscono il gruppo vitaminico D:

  • vitamina D1 : composto costituito in parti 1:1 di ergocalciferolo e lumisterolo.
  • vitamina D2 : ergocalciferolo.
  • vitamina D3 : colecalciferolo.
  • vitamina D4 : diidroergocalciferolo.
  • vitamina D5 : sitocalciferolo.

Storia

La storia della scoperta della vitamina D parte nel 1919 quando venne evidenziato, da Huldschinsky, che bambini affetti da rachitismo guarivano se esposti alla luce ultravioletta. Un risultato simile lo si ottenne nel 1922 da A.F. Hess e H.B. Gutman usando, però, la luce solare e nello stesso periodo venne ipotizzata da Mc Collum l’esistenza di un composto liposolubile essenziale per il metabolismo delle ossa, studiando l’azione antirachitica dell’olio di fegato di pesce dal quale riuscì ad identificare una componente attiva. Già nel 1919-1920 Sir Edward Mellanby era pervenuto ad un’ipotesi simile studiando cani cresciuti sempre al chiuso. Nel 1923 Goldblatt e Soames riuscirono a dimostrare che quando il 7-deidrocolesterolo, presente nella pelle, viene colpito dai raggi ultravioletti esso dà origine ad un composto avente la stessa attività biologica del composto lipofilo di Mc Collum. La struttura della vitamina D venne identificata nel 1930 da A. Windaus.

proprietà della vitamina d

Alcuni studi degli anni 2000 hanno suggerito che la vitamina D potrebbe avere un ruolo nella regolazione della risposta immunitaria di tipo innato contro gli agenti microbici. Da esperimenti in vitro si è evidenziato come l’1,25(OH)D possa stimolare la produzione di catelicidina umana (human cathelicidin antimicrobial peptide, CAMP), un peptide con azione antimicrobica, in differenti colture cellulari.

L’espressione genica della catelicidina sembra essere regolata da un promotore del gene CAMP contenente un elemento rispondente alla vitamina D (vitamin D response element, VDRE) cui si va a legare il recettore per la vitamina D. Secondo Wang e colleghi, l’1,25(OH)D è in grado di stimolare la produzione di altri peptidi antimicrobici: la defensina β di tipo 2 (defensin β2, defβ2) la lipocalina associata alla gelatinasi neutrofila (neutophil gelatinase-associated lipocalin, ngal).

Simili dati permettono di dare un sostegno, almeno iniziale, allo studio di Cannel e colleghi i quali, riprendendo un’ipotesi già sostenuta di Edgar Hoper-Simpson nel 1981, sostengono che i picchi invernali di sindrome influenzale potrebbero essere dovuti ad una carenza di vitamina D a seguito d’una minor esposizione alla luce solare, e recenti studi hanno confermato questa ipotesi, mostrando che un livello adeguato nel sangue di 25(OH)D riduce significativamente l’incidenza di infezioni respiratorie acute. Una recente meta analisi ha rilevato una forte correlazione tra carenza di vitamina D e tiroiditi autoimmuni (Hashimoto e Graves).

Vitamina D e cancro

Gli integratori di vitamina D sono stati ampiamente commercializzati per le loro asserite proprietà antitumorali. In alcuni studi osservazionali è stata notata un’associazione tra bassi livelli di vitamina D e il rischio di sviluppo di alcuni tumori. Tuttavia, non è chiaro se l’assunzione addizionale di vitamina D nella dieta o di supplementi incida sul rischio di cancro. Gli studi hanno descritto le prove come “incoerenti, inconcludenti per quanto riguarda la causalità e insufficienti per determinare in modo univoco le esigenze nutrizionali” e “non sufficientemente solide per trarre conclusioni”. Una revisione del 2014 ha rilevato che gli integratori non hanno avuto effetti significativi sul rischio di cancro. Un’altra revisione del 2014 ha concluso che la vitamina D3 può ridurre il rischio di morte per cancro (un decesso in meno rispetto a 150 persone trattate in 5 anni) ma sono state rilevate delle criticità riguardo alla qualità dei dati. Esistono prove insufficienti per raccomandare integratori di vitamina D alle persone malate di tumore, sebbene alcune evidenze suggeriscano che bassi livelli di vitamina D possano essere associati ad un peggior esito per alcuni tumori, e che livelli più elevati vitamina D al momento della diagnosi possono essere associati a risultati migliori.

Vitamina D e sclerosi multipla

Il primo studio sugli effetti del colecalciferolo su pazienti affetti da Sclerosi Multipla è ad opera di Goldberg, che nel 1986 ha somministrato 5000 UI di vitamina D3 al giorno, sotto forma di olio di fegato di merluzzo, per un periodo da uno a due anni, a giovani pazienti (assieme a calcio e magnesio). La risposta di ogni paziente è stata confrontata con la propria storia clinica: il numero di ricadute osservate durante lo studio era meno della metà del numero previsto.[1]

Nel 2011 uno studio dell’Università di Oxford ha scoperto una variante genetica rara del gene CYP27B1 che provocando livelli ridotti di vitamina D nel sangue sembra essere direttamente collegato alla presenza della malattia: in oltre 3.000 famiglie di genitori non affetti con un bambino malato di Sclerosi Multipla hanno trovato 35 genitori con una variazione genetica, e nel 100% di questi 35 casi il bambino con Sclerosi Multipla aveva ereditato la versione mutata del gene.[2] Recenti studi hanno dimostrato (tramite l’utilizzo della randomizzazione mendeliana) una relazione causale tra bassi livelli di vitamina D e l’insorgenza della Sclerosi Multipla.[3][4]

Recenti studi hanno rivelato che la vitamina D nella sua forma D3, il colecalciferolo, una volta attivata nella forma 1,25(OH)2D3 agisce da immuno modulatore, inibendo il processo immunitario TH17 tipico delle malattie autoimmuni. Recenti studi hanno rilevato una correlazione tra gravità della malattia (numero di ricadute, numero di nuove lesioni) e livello nel sangue di Vitamina D nella sclerosi multipla. Molti studi sottolineano come la carenza di vitamina D sia correlata con un’alta incidenza della malattia. Secondo altri studi la vitamina D sarebbe in grado di agire su specifiche regioni del DNA attraverso il suo recettore (VDR).

Vari studi hanno dimostrato di come la Vitamina D nella sua forma D3, il colecalciferolo agisca in maniera maggiore rispetto alla forma D2 (ergocalciferolo) sulla riparazione dei nervi danneggiati tramite la ricostruzione della guaina mielinica, portando a miglioramenti funzionali: sempre più si va rafforzando il concetto che questa sostanza sia uno “ormone neurosteroide”, in grado di incidere sul declino cognitivo, e perfino sulla malattia di Alzheimer.

Nel 2014 i ricercatori, analizzando i dati dello studio Italo-Norvegese EnvIMS, hanno rilevato una significativa associazione tra ridotta attività estiva all’aperto (esposizione al sole) ed un aumentato rischio di sclerosi multipla sia in Norvegia che in Italia: l’associazione più significativa è stata trovata tra gli adolescenti norvegesi tra i 16 e 18 anni (OR=1.83), e, in Italia, tra i neonati, (OR=1.56). L’esposizione al sole, con la conseguente produzione di vitamina D, appare quindi avere effetto benefico nella prevenzione della malattia, e una recente review condotta dall’American Society for Nutrition indica come i livelli di vitamina D circolante possano essere usati come un biomarker per la malattia; inoltre evidenzia come la supplementazione di vitamina D possa essere usata a scopi terapeutici.

Vitamina D e depressione

Bassi livelli di vitamina D circolanti sembrano essere associati a fenomeni depressivi: in uno studio di revisione del 2013 pubblicato sul British Journal of Psychiatry ha analizzato più di 30.000 individui, trovando una correlazione consistente tra carenza di vitamina D e un più alto tasso di depressione, correlazione che comunque secondo lo studio andrebbe confermata con ulteriori ricerche. In uno studio è stato misurata su trenta pazienti una correlazione tra l’aumento di vitamina D conseguente a somministrazione e il miglioramento dei sintomi depressivi, pur non specificando se i pazienti, che ammettevano di non esporsi a sufficienza alla luce del sole, abbiano contemporaneamente aumentato l’esposizione alla luce solare e la vita all’aria aperta che notoriamente giovano all’umore. In un trial una dose di 300.000 UI intramuscolare è riuscita a migliorare lo stato di depressione in modo statisticamente significativo a distanza di tre mesi (non specificato nell’abstract il periodo dell’anno e quindi l’eventuale effetto positivo dell’aumento di esposizione a luce solare alla distanza dei tre mesi).

fonti alimentari di vitamina d

Pochi alimenti contengono quantità apprezzabili di vitamina D. Un alimento particolarmente ricco è l’olio di fegato di merluzzo. Seguono, poi, i pesci grassi come i salmoni e le aringhe, le uova, il fegato, le carni rosse (25-idrossicolecalciferolo) e le verdure verdi.

la vitamina d è presente nei nostri seguenti prodotti:

×